IEXS e Still I Rise: Un dialogo di ispirazione per una formazione globale

Proprio in questo momento, i nostri alunni della scuola primaria stanno partecipando ad un incontro virtuale con Nicolò Govoni candidato al Premio Nobel per la Pace 2020.

Govoni, a soli venticinque anni, ha fondato Still I Rise un’organizzazione umanitaria, anch’essa nominata al Nobel per la Pace nel 2023, che si dedica a creare opportunità educative per i bambini più vulnerabili in contesti come Grecia, Turchia, Siria, Kenya, Repubblica Democratica del Congo e Colombia. Ciò che rende Still I Rise unica è il suo impegno nel fornire gratuitamente il Baccalaureato Internazionale ai profughi, un traguardo senza precedenti nel panorama delle organizzazioni no-profit.
 
La sua storia ispiratrice è un faro di speranza e cambiamento, rappresentando un esempio vivente di come un individuo possa fare la differenza nel mondo!!
L’incontro con Nicolò Govoni rappresenta un’opportunità per i nostri ragazzi, offrendo loro un’occasione straordinaria di apprendimento e di essere ispirati da un vero eroe contemporaneo. Per la nostra scuola, è un onore accogliere una figura così significativa, che incarna i valori di impegno sociale e educazione globale che coltiviamo con passione.

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Il MIUR si apre all’innovazione della scuola. Partendo dal suo cuore.

La IEXS è paritaria. Ottenuto dal MIUR il riconoscimento di scuola paritaria per primaria e secondaria di 1° grado. “..robotica.. dalle 9.00 alle 11.00.. arte  esperienziale… terza e quarta ora..” “..e nel pomeriggio..?” “..project work di biotecnologia..! Ci vediamo a casa..!”   Non è un frammento di dialogo da RITORNO AL FUTURO!  Potrebbe essere la sintesi della giornata di uno studente della IEXS – International Experiential School – di Reggio Emilia.  Facciamo un passo indietro. È certo quanto affermato al World Economic Forum del 2020: siamo ormai andati oltre la IV Rivoluzione Industriale o Industria 4.0. L’inarrestabile avanzamento tecnologico e la crescente digitalizzazione dell’economia colorano di obsolescenza le conoscenze tradizionali. Il WEF indica le 10 competenze più richieste: problem solving in situazioni complesse, pensiero critico, creatività, gestione delle persone, coordinarsi con gli altri, intelligenza emotiva, capacità di giudizio e prendere decisioni, orientamento al servizio, negoziazione, flessibilità.    In questa rincorsa al futuro in chiave economica e sociale la Scuola come si rinnova?  La risposta arriva dalla innovativa scuola di Reggio Emilia, la International Experiential School che, come da tradizione di alto livello educativo/didattico della regione Emilia Romagna, ottiene dal MIUR il riconoscimento di scuola paritaria Human Centered per primaria e secondaria di 1° grado, dove non solo si raggiungono gli obiettivi ministeriali e comunitari ma si sviluppano anche le competenze trasversali, le soft skills, l’intelligenza emotiva e i talenti dei singoli ragazzi. Grazie all’ottimo lavoro dell’Ufficio Regionale di Bologna che ha coordinato ed accolto le innovazioni proposte e gli eccellenti risultati del lavoro della IEXS iniziato 5 anni fa: preparazione degli alunni sopra la media, sviluppo dell’intelligenza emotiva e delle competenze trasversali e un tasso di benessere degli studenti del 98% degli studenti dalle elementari alle superiori. Un ulteriore passo avanti nell’evoluzione della scuola emiliana.   Gli  anni di ricerca e sviluppo hanno permesso di integrare la migliore preparazione didattica con lo sviluppo dell’intelligenza emotiva, del potenziamento delle lingue e l’evoluzione di una struttura Human Centered. Questo importante riconoscimento non ha fermato la IEXS che si è spinta ancora oltre chiedendo al Ministero a Roma la sperimentazione con il Liceo Internazionale che allena una mentalità imprenditoriale e le soft skills del futuro. Il Liceo IEXS copre indirizzi umanistici, scientifici, tecnologici ed informatici. Costruito sull’evoluzione della struttura scolastica, ogni ambito disciplinare è improntato alla creazione, studio e realizzazione di progetti, attraverso le più innovative metodologie di didattica attiva e digitale.    Affiancando lo sviluppo dell’Intelligenza Emotiva e dei talenti di ogni studente: il docente non è più erogatore di contenuti ma Manager di Talenti. Staremo a vedere se Roma saprà accogliere l’innovazione nel mondo della scuola come ha fatto la regione Emilia Romagna.  

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Il fallimento del metodo scuola tradizionale

“Come dimostrano tutte le ricerche neuroscientifiche, bambini e ragazzi apprendono dall’imitazione (i neuroni a specchio!), dall’interazione sociale con i compagni e nel fare esperienza diretta, usando le conoscenze acquisite imparano ad affrontare i problemi. La lezione frontale, nelle scuole, non è un buon mezzo di apprendimento. Lo sostengono in molti, tra cui il pedagogista Daniele Novara che dell’argomento parla nei suoi libri e spesso interviene in convegni e dibattiti. Mille ragioni psicoevolutive e neurocerebrali ci dimostrano che apprendere dalla lezione frontale è molto difficile, per non dire impossibile.   La scuola italiana è ingabbiata nella didattica della “risposta esatta”. Quiz e test a crocette, erroneamente considerati strumenti didattici moderni, sviliscono le capacità di apprendimento di ragazzi.  Per questo motivo riteniamo urgente investire sulla formazione metodologica degli insegnanti, dalla scuola primaria alle superiori, offrendo loro dispositivi pedagogici innovativi, per liberarli finalmente dagli sterili automatismi del passato.    L’equivoco di base La scuola italiana ha un problema che si perde nella notte dei tempi. Un equivoco, profondamente radicato e pervasivo, che ha un nome preciso: lezione frontale. La didattica della scuola italiana si basa ancora sulla convinzione che il metodo più efficace perché bambini e ragazzi apprendano un argomento consiste nel leggere loro un testo, a cui segue la spiegazione dell’insegnante. La lezione frontale richiede molta capacità di attenzione, che, come dimostrato da tante ricerche neuroscientifiche, non è sostenibile neanche dagli adulti, figurarsi da bambini e ragazzi. La lezione frontale non implica alcuna competenza pedagogica: si spiega, si richiede agli studenti lo studio individuale, attraverso la ripetizione dei contenuti spiegati, e, infine, si interroga e si valuta l’alunno. Una questione di attenzione L’attenzione è “selettiva”, ossia sceglie di cogliere alcuni stimoli e ne ignora altri, da cui il cervello è bombardato simultaneamente. I bambini sviluppano presto l’attenzione “selettiva” e, piano piano, crescendo diventano capaci di gestirla in modo “volontario”, sviluppando nell’adolescenza una sempre maggiore capacità di concentrazione. Mantenere l’attenzione costante nel tempo, così come richiesto dalla lezione frontale, non è un processo stabile e progressivo, bensì un’alternanza continua, quasi ciclica, tra momenti di attivazione e pause. È un processo fisiologico, estremamente individuale, influenzato da numerosi fattori: le risorse individuali, la motivazione, le caratteristiche personali, la stanchezza. La massima capacità di attenzione si registra attorno ai 18/26 anni e non supera i 40/45 minuti di tempo. In classe l’apice di attenzione raggiunge i 10 minuti, poi cala progressivamente per altri 20 minuti e riprende a salire dopo circa mezz’ora dall’inizio della lezione. Inoltre, considerato che in classe alunni e studenti sono sottoposti a infiniti fattori di interazione e disturbo, è facile rendersi conto come la lezione frontale sia chiaramente fallimentare. Quindi, dopo 50 minuti di spiegazione, è normale che i ragazzi abbiano adottato la tecnica dello sguardo catatonico: si concentrano sull’insegnante senza minimamente ascoltarlo. Non si impara da soli Il migliore processo di apprendimento non si attiva mai in solitudine, ma nello studio di gruppo. Il genio intellettuale, che studia isolato, come Vittorio Alfieri che si lega alla sedia o Giacomo Leopardi rinchiuso nella biblioteca paterna, non sono modelli ma personaggi speciali, l’eccezione che conferma la regola. Le scoperte legate al sistema dei neuroni specchioconfermano l’importanza dell’interazione sociale per imparare: osservando gli altri nel nostro cervello si attivino le stesse aree necessarie per acquisire quelle informazioni. Inoltre, il gruppo attiva numerosi elementi emotivi e motivazionali e favorisce le capacità cognitive. La scuola, per sua natura sociale, gestisce un processo di apprendimento di gruppo, in cui la logica dell’isolamento è fuori contesto. Purtroppo nella pratica tutto ciò non viene minimamente considerato nella scuola italiana, anzi, constatiamo quotidianamente che nella maggior parte delle classi di ogni ordine e grado ha ancora un ruolo egemone la lezione frontale, che prevede la trasmissione nozionistica e individuale della risposta considerata “esatta”, che deve essere rielaborata in solitudine, nella convinzione diffusa che il confronto con gli altri sia solo una perdita di tempo, un elemento che disturba il tradizionale processo di apprendimento. La didattica digitale, di male in peggio A un certo punto è comparso il digitale, con la presunzione di poter risolvere i problemi della scuola italiana. Di male in peggio. Programmi e investimenti si sono tutti rivolti alla tecnologia nella convinzione che in questo modo si sarebbe miracolosamente risolto il progressivo declino di motivazione, interesse e rendimento scolastico delle nuove generazioni di bambini e ragazzi. Invece, a un problema irrisolto ne abbiamo aggiunto un altro, che peggiora ulteriormente la situazione. Il digitale, infatti, crea dipendenza da stimoli visivi e interattivi e diminuisce l’interesse nei confronti della realtà rendendo ancora più fragile la capacità di attenzione. In particolare nei più piccoli, i videoschermi impediscono il corretto sviluppo di alcuni schemi motori alla base di fondamentali meccanismi cognitivi. Le ricerche scientifiche sono giunte a una conclusione inequivocabile: quando impariamo a leggere e scrivere iniziamo a riconoscere le lettere in base a linee, curve e spazi vuoti, e mettiamo in atto un processo di apprendimento tattile che richiede l’uso sia degli occhi che delle mani stimolando la strutturazione di importanti circuiti cerebrali dedicati alla lettura, che si attivano solo quando provando a scrivere le lettere a mano e non digitando su una tastiera. Scrivere a mano sviluppa capacità visive, viso-motorie e viso-costruttive che l’uso della tastiera non stimola. Inoltre, la motricità fine legata alla scrittura influenza anche le capacità mnemoniche. Da recenti studi emerge un altro fatto molto interessante che nella scuola primaria i temi scritti a mano libera risultano più creativi e, migliore anche per la capacità critica. Insomma, la tastiera o la tecnologia touch, introdotta fin dalla tenera età, ha dimostrato di produrre più danni che benefici. Per diventare uno strumento utile all’apprendimento la tecnologia deve restare all’interno di una cornice di utilizzo collettivo e sociale come può essere il caso di due o tre computer da utilizzare a gruppi in classe o della LIM (Lavagna Interattiva Multimediale) viceversa l’uso individuale porta all’isolamento e provoca gli effetti negativi già ricordati. Un nuovo modello: azione, osmosi, opportunità Quello che propongo non è un metodo definito una volta per tutte. Ritengo che l’elemento discrezionale dell’apprendimento a scuola richieda la competenza pedagogica dell’insegnante, la cui abilità consiste proprio nel trovare la via adatta alle caratteristiche del singolo alunno e dello specifico gruppo classe. Esistono però delle condizioni a partire dalla quali

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